"Gratta, gratta... c'è la roba!" denunciava Ernesto Rossi riferendosi ad alcune posizioni della Chiesa cattolica romana. Cosi' potremmo dire per i divieti posti in Italia in materia di conservazione del cordone ombelicale: dietro a grandi enunciazioni a favore del pubblico e dell’atto altruistico della donazione, a ben vedere ci sono gli interessi delle associazioni no-profit che in assoluto monopolio gestiscono l’affare dopo essere state perfino esentate dalle tasse!
In pratica oggi grazie alla legge 219/2005 sul sangue, dovrebbe esserci una rete di strutture pubbliche e private per la conservazione dei cordoni e delle cellule staminali emopoietiche. La legge prevedeva con l’articolo 10 la creazione di questa rete entro il luglio scorso, ma ancora non è stata attuata. Ad oggi in più, e contro lo spirito di quella legge, si è aggiunta un'ordinanza che vieta la nascita di biobanche private. Si è stilato lo schema di recepimento di una direttiva europea con un decreto ministeriale che, oltre a armonizzare i criteri per la donazione e la conservazione di cellule e tessuti, rinnova il divieto per le biobanche private, ma solo per quelle che fanno profitto, autorizzando le no-profit, cioè le stesse che grazie alla legge 219 venivano esentate dal prelievo fiscale. In particolare, con l’articolo 6 si stabilisce che le associazioni concorrono a individuare le tariffe che verranno loro rimborsate dal SSN per i servizi resi, con l’articolo 7 si specifica che possono organizzare la raccolta e con l’articolo 9 si dispone che le loro attivita' non sono soggette ad imposizione fiscale.
Di che cifre parliamo? “Per conservare per un anno presso una banca specializzata un’unita' di sangue placentare, la spesa è di oltre 2000 euro”, dichiarazione di Maria Cristina Tirindelli, Presidente Adisco del Lazio -Fonte: Cordis (06/04/2005).
Mentre in America o in Germania il kit per analisi, catalogazione e conservazione costa mediamente 1000 Usd (774 euro, spesa unica iniziale) e, sempre mediamente, 100 Usd (77 euro) all’anno. E sono biobanche private che dopo aver pagato le tasse devono anche farci profitti.
Insomma un bell’affare, gestito in assoluto regime di monopolio, dove la concorrenza privata è stata bandita per legge, in una situazione dove il pubblico, per carenza di fondi, garantisce il prelievo del cordone a malapena nel 10% dei punti nascita e, al contempo, vieta la conservazione a proprie spese nel territorio italiano (la conservazione autologa è ammessa solo in biobanche all’estero). Un affare in cui a rimetterci è lo Stato, che autorizza solo alcune associazioni a rendergli un servizio in monopolio che paga due volte: con la tariffa determinata dalla stessa associazione (comunque in mancanza di concorrenza) e con il mancato introito delle tasse.
Ha ancora senso parlare di gesto altruistico della donazione quando alla donna non è possibile esercitarlo, e chi gestisce le donazioni ha tutti gli interessi a mantenere lo status quo?
Donatella Poretti
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