I veneziani sono gente di fatica.Ogni azione qui costa fatica.Dalle prime luci dell’alba orde di scaricatori e facchini sciamano per i canali trasportando ogni genere di merci ed è tutto un sollevare,spingere,tirare.Anche i passanti hanno il loro bel da fare nell’assiduo andirivieni fra ponti,campielli e fondamenta.
La fatica genera semplicità e capita di vedere chiatte con la chiara scritta “Trasporto cose“.
La semplicità alimenta la tradizione che per un veneziano è come una seconda natura.
Nel tipico “bàcaro“ veneziano c’è la più alta espressione della tradizione.Ma i “bàcari“ a Venezia non esistono quasi più.La loro sopravvivenza è legata agli osti di un tempo e al loro essere tuttora in attività,segno del primato del sentimento su qualsivoglia supposto progresso.
Infatti la tradizione va rintracciata ove sola risiede:nell’animo dell’uomo.Capita così di mangiare degli ottimi “bigoli in salsa“ o delle sapide “sarde in saòr“ in un ristorante che si chiama “Da Johnny“.
La tradizione non può essere disgiunta dai suoi simboli.Spogliare dei suoi simboli una città è renderla uguale alle altre e privarla dello spirito.Nei “simboli“ c’è sempre un travaso collettivo di anima.
Non c’è Venezia dunque senza le orchestrine del “Florian“,del “Quadri“,del “Lavena“,del “Chioggia“ a Piazza S.Marco,senza il lento e filante incedere delle gondole e i loro fieri gondolieri,senza la lunga teoria dei locali turistici dove i camerieri apostrofano i turisti invitandoli ad entrare.
Per cogliere l’essenza della tradizione occorre avere un sottofondo interiore dove,al riparo dai clamori,tessere un ricamo diverso fatto di sensazioni delicate e discrete,di intime rielaborazioni,di riflessioni sulla bellezza,sulla vita,sulla morte....
ROSARIO TISO
*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore
*Tratto dall’opera “Diario veneziano“ di Rosario Tiso
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